Salutogenesi

Sempre più spesso si sente parlare di “salutogenesi”, un termine coniato da uno studioso di nome Aaron Antonovski (1923 – 1994) il cui significato non è difficile da indovinare, ma che si basa su un paradigma che provoca una piccola rivoluzione nel comune modo di pensare e, guarda caso, chiama in causa consapevolezza e coscienza.

Da quasi quarant’anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ritiene più che la salute corrisponda all’assenza di patologie, ma sia piuttosto una condizione che possiamo identificare come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Sempre l’OMS si sta impegnando ormai da tempo in progetti di promozione della salute.

Se per anni il nostro modello di pensiero è stato di tipo patogenetico, ovvero ha riguardato la ricerca della causa della malattia (per esempio quale virus ne è responsabile), oggi il modello salutogenetico chiede di cambiare punto di vista e focalizzare la propria attenzione su cosa non ci fa ammalare e dunque ci mantiene in salute. Questo non riguarda solo il corpo, ma anche la psiche e le relazione sociali. Ci viene chiesto di considerare la salute non come un equilibrio statico, ma come il risultato di un’interazione dinamica tra fattori di protezione e fattori che possono danneggiarla. Ci viene chiesto di prenderci cura delle nostre risorse, del nostro potenziale, di valutare quali sono quelle buone abitudini, quegli atteggiamenti e quelle scelte che permettono di rendere ognuno abbastanza attivo, propositivo, flessibile (e antifragile direbbe Taleb – vedi l’articolo “Essere antifragili”) in modo che la sua vita possa adattarsi alle varie fluttuazioni (per esempio di adattamento del sistema immunitario, ma anche di adattamento e superamento di periodi stressanti) che la quotidiana esistenza porta con sé.

In un certo senso la salutogenesi restituisce libertà al singolo individuo che viene chiamato a comprendere da sé quello che lui solo può sapere, ovvero qual è il suo ritmo, quali sono le cose che lo fanno star bene, lo fanno sentire in salute. Antonowski parla a tal proposito di coerenza, considerata come un senso di fiducia nella vita e nelle proprie capacità e qualità che vanno conosciute. La stessa etimologia della parola “salute” ci orienta nella stessa direzione, poiché porta con sé l’idea di “essere salvo”, “integro”, ovvero coerente. Al contrario del modello patogenetico in cui è il medico a decidere e orientare le scelte del paziente, perché conosce e sa più di lui, nel modello salutogenetico viene restituito all’individuo l’intero potere di ascoltare e scegliere per se stesso. Il che non significa non avvalersi dell’aiuto medico (sarebbe troppo banale), ma di attuare una vera rivoluzione nel proprio modo di pensare, comprendere cioè che si può agire per sostenere il proprio corpo, la propria mente e nutrire le proprie relazioni sociali.

Sul piano pratico non si tratta solo di seguire un’alimentazione sana (che pure è già molto), ma anche, per esempio, qualora ve ne sia il bisogno, di scegliere farmaci che non debilitino l’organismo, ma lo aiutino, di praticare una giusta attività fisica, e anche attivare le risorse salutogenetiche attraverso l’espressione artistica, delle buone letture, adeguati momenti di riposo e buone relazioni. Insomma si tratta di un appassionante esercizio di autoconoscenza e di ampliamento della coscienza sia individuale che collettiva. La Naturopatia (nata circa un secolo e mezzo fa, cioè quando Antonowski era un bambino, val la pena ricordarlo) si basa sullo stesso modello. Non occupandosi del sintomo e della malattia se non come segnali di un equilibrio che si è modificato, si impegna invece nell’informare su tutte quelle buone pratiche che preservano e rafforzano il patrimonio di salute (psichica, emozionale, fisica …) di ognuno.

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